La rivista quadrimestrale a carattere scientifico e professionale
si rivolge a insegnanti, dirigenti scolastici, operatori dei contesti educativi e formativi,
psicologi dello sviluppo, dell’educazione e della formazione e vuole essere
espressione della ricerca psicologica nell’ampio e variegato settore educativo
Una nuova partenza per la rivista

Con una breve comunicazione apparsa sul primo numero di quest’anno, la redazione della rivista ha dato la notizia del cambio della direzione di Psicologia dell’educazione.

Credo che sia opportuno e doveroso spiegare il motivo di quella comunicazione.

Già dal I settembre 2016 avevo comunicato ufficialmente ai colleghi del Comitato direttivo e del Consiglio scientifico la mia intenzione di dimettermi dalla carica e dalla funzione di direttore della rivista. Invece di procedere, di mia iniziativa, all’individuazione del mio successore, avevo optato affinché tale nomina fosse scelta all’interno del Comitato.

Contemporaneamente si apriva la possibilità di aprire ufficialmente la procedura per l’accreditamento per la certificazione Scopus, avendo ottemperato all’obbligo di fondo per iniziare l’iter: la pubblicazione biennale, con scadenza regolare, della rivista stessa.

Tutto questo avveniva quando l’impaginato del n. 1/2017 era in corso, per cui mancava lo spazio necessario sia per il “passaggio delle consegne” a Emanuela Confalonieri e ad Assunta Zanetti, che prenderanno il mio posto, sia per comunicare ai lettori e agli abbonati i due importanti eventi.

I motivi della mia scelta di dimettermi dal direttore della rivista, che avevo fondato assieme a Renzo Titone nel 1982 con un altro titolo (Studi di psicologia dell’educazione) e che diressi dalla fine degli anni Ottanta a oggi anche se con varie intitolazioni (Psicologia dell’educazione e della formazione, 1999-2006; Psicologia dell’educazione, 2007-2014, edita dal Centro Studi Erickson e con lo stesso titolo dal 2015 con le Edizioni Spaggiari di Parma), si possono raggruppare in due moventi.

Il primo, di carattere umano, deriva dalla constatazione che – essendo ormai da anni fuori del circuito universitario – non ho più quelle possibilità, che avevo in precedenza, per tessere relazioni utili per conoscere, comprendere e apprezzare gli orientamenti più importanti e significativi che si snocciolano e si sviluppano all’interno del variegato mondo della psicologia dell’educazione.

Il secondo motivo nasce dalla constatazione che attorno alla mia persona e al mio ruolo si è costituito, nel tempo, un gruppo di persone che hanno creduto nel progetto editoriale che avevo elaborato e sviluppato nel tempo. In tal modo non ero più l’attore protagonista che proponeva una rivista molto diversa da altre consimili, bensì ero diventato uno dei vari attori che scriveva un copione e lo proponeva ai lettori e agli abbonati. Ora sono sicuro che le persone che condividono quel mio progetto lo porteranno avanti con maggiore decisione, con lungimiranza e dedizione.

Ora non starò più sul proscenio, bensì mi ritirerò dietro il sipario, ma non lascerò il palco. Sarò presente con un altro ruolo, tutto da definire.

Già con l’ultimo numero della rivista edita dal Centro studi Erickson avevo scritto: «Questo è l’ultimo editoriale che scrivo e che firmo. Infatti con questo fascicolo si chiude non soltanto la testata che dirigo da anni, ma anche una lunga esperienza alla quale ho dedicato molti anni della mia vita personale e professionale».

Senza saperlo e volerlo, quanto scrivevo doveva passare attraverso una locuzione latina molto efficace, donec aliter provideatur, ossia quell’annuncio, molto sofferto, doveva attendere la generosità e l’impegno editoriale che mi è stato offerto, con molta lungimiranza, dal Gruppo Spaggiari di Parma e dall’attenta e vigile presenza del dottor Stefano Nutini, ai quali va il mio profondo riconoscimento per aver creduto al progetto editoriale che avevo loro proposto.

Ora, sono davvero sicuro che questo editoriale è l’ultimo che scrivo e che firmo in qualità di direttore di Psicologia dell’educazione.

Sono consapevole di aver dedicato molta parte della mia vita umana e professionale alla psicologia dell’educazione non soltanto attraverso studi storico-critici che hanno delineato il suo percorso storico nell’arco di circa cento anni, ma anche per una serie di iniziative mai tentate e promosse da altri miei colleghi di maggior calibro accademico.

Mi riferisco, in primo luogo, all’ideazione, alla progettazione e alla messa in opera della rivista.

Sempre, nel tempo, ho cercato – prima da solo, e successivamente con il valido aiuto dei colleghi che hanno condiviso il progetto – di far sì che Psicologia dell’educazione fosse una rivista che, oltre a pubblicare validi articoli di ricerca, dopo averli sottoposti alla peer review, aiutasse il lettore a riflettere su argomenti che di volta in volta venivano preliminarmente selezionati. Nascevano, in tal modo, i “numeri monotematici”, i “focus”, gli “spazi di riflessione”, i dibattiti e altre iniziative ritenute qualificanti per la rivista.

Una rivista così concepita e articolata richiedeva non solo un’attenta riflessione nello scegliere temi e settori, ma anche un’adeguata progettazione e una scrupolosa attuazione.

Una rivista così concepita e articolata si muoveva in un mercato editoriale nel quale si privilegiava o la pubblicazione di articoli prettamente accademici o di quelli di facile consumo. Tra le due realtà, la nostra si presentava in maniera originale. Tale originalità, però, si scontrava con modelli ormai radicati. Da qui, anche, la difficoltà a reperire articoli, a farla accettare dal lettore.

Con la mia iniziativa, per la prima volta, in Italia, nasceva una rivista dedicata esclusivamente a una disciplina accademica ed essa aveva l’ardire, se non la “presunzione”, di voler unire la ricerca accademica con le esigenze professionali.

Operazione – questa – ardua, in quanto la psicologia dell’educazione rimaneva ancorata prevalentemente, se non esclusivamente, a una dimensione accademica con scarsi risultati sulla qualità dei comportamenti professionali dei nostri psicologi e con insufficiente incidenza sulle aspettative e le esigenze dei docenti e delle scuole.

Operazione, questa, quasi impossibile perché, allora, non era permesso che un “associato” dirigesse una rivista; la direzione spettava de facto a un “ordinario”.

In secondo luogo, mi riferisco alle molte e innovative idee volte a potenziare la disciplina che ho insegnato per 42 anni. Idee innovative quali, ad esempio, la fondazione e la presidenza della Società Italiana di Psicologia dell’educazione e della formazione (Sipef), che avrebbe potuto avere degli sviluppi insospettabili e davvero promettenti se i miei successori ne avessero curato il messaggio e le iniziative già intraprese.

Mi riferisco al lavoro svolto per la creazione della “Commissione ministeriale incaricata di approfondire i rapporti scuola-psicologia” e al “Protocollo d’intesa” firmato con il ministro Tullio De Mauro.

Mi riferisco all’elaborazione, a livello sperimentale, di un servizio psicologico per le scuole antesignano sia di varie proposte di legge su questo argomento – in discussione, in quel periodo, sia in Senato sia a livello regionale – e all’impegno profuso per l’ideazione e la scrittura della prima legge regionale sul “servizio di psicologia scolastica”.

Mi riferisco all’ideazione e alla progettazione dei master universitari di secondo livello per la formazione degli psicologi “addetti al servizio di psicologia scolastica”, rispetto ai quali si sono aggiunti e modificati, nel tempo, altri master universitari.

A questa sintesi molto sommaria, aggiungo che non ho mai cercato né il potere, né la gloria. Spesso ho agito nel silenzio e nell’incomprensione.

Lascio, come ripeto, il proscenio e mi ritiro dietro il sipario senza nostalgia e rimpianti.

Grazie a tutti coloro che hanno capito, compreso e valorizzato quanto ho fatto per la psicologia dell’educazione.

Carlo Trombetta

fondatore della rivista

 

 

Poche parole per iniziare il nostro lavoro, sottolineando ancora una volta quanto della rivista di oggi dobbiamo a Carlo Trombetta, alla sua dedizione, al suo coraggio, al suo aver saputo guardare avanti, alla sua perseveranza nel non arrendersi e nell’arrivare a consegnare a mani meno esperte, ma altrettanto entusiaste, la sua preziosa eredità culturale e educativa.

Iniziamo in modo silenzioso, prendendoci il tempo per avviare nella continuità di stile e pensiero la direzione di Psicologia dell’educazione, confidando nella collaborazione sempre vivace e partecipe dei colleghi del Comitato direttivo e del Consiglio scientifico e di tutti quelli che vorranno esserci e accompagnarci in questa avventura che viviamo come una sfida, consapevoli del testimone che ci è stato passato. In un panorama nazionale e internazionale che chiede a diverso titolo e da diverse parti di parlare di educazione, di formazione nella scuola e in tutti i contesti comunitari dove si educa e si formano a diverso titolo persone, crediamo fermamente che questa rivista possa trovare uno spazio culturale preciso e importante, fornendo occasioni di riflessione e di ricerca e proponendo risposte a questioni “antiche” e nuove in modo fruibile, efficace e preciso.

Abbiamo accettato questa responsabilità consapevoli della necessità di promuovere una cultura dell’educazione in cui ricercatori e professionisti siano capaci di fornire strumenti e risposte adeguate alle numerose emergenze che i contesti di vita presentano.

Ringraziando ancora chi ci ha preceduto e i colleghi che ci hanno dato la loro fiducia, iniziamo questa condirezione in continuità con la filosofia di fondo della rivista, attente a cogliere ciò che di nuovo gli scenari educativi proporranno, pronte a saper intercettare i bisogni applicativi e scientifici proponendoli e condividendoli con i lettori di Psicologia dell’educazione, nell’intento di promuovere una cultura dell’educazione sempre più tesa al benessere psicosociale dei più giovani e non solo.

Emanuela Confalonieri e M. Assunta Zanetti

condirettrici della rivista


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